Sanità in Sardegna

Cosa fare

La sanità nel nostro paese e in Sardegna è cruciale, è indicatore che valuta il benessere della comunità. Coinvolge i bisogni primari dell’individuo, tema elevato a rango di principio costituzionale dall’art. 32, per cui è compito delle istituzioni, tutte, dal grado più alto a quello più basso, tutelare la salute come fondamentale diritto e interesse della collettività, e garantire cure gratuite agli indigenti.

Il problema è che la macchina amministrativa della sanità non funziona.

A ciò si aggiunge il fatto che servono più risorse per far funzionare la sanità. L’aggravante è che la situazione in futuro potrebbe peggiorare se non si neutralizza la causa. La quale principalmente – a parere di chi scrive -consiste nel fatto che la crisi strutturale del sistema sanitario è intrinsecamente legata alla carenza di personale.

Trattasi di situazione di crisi avvertita nell’intero territorio nazionale, tuttavia da noi in Sardegna la carenza del personale si fa sentire in misura maggiore.

Accade dunque che -pur con tutti i diritti sanciti sulla carta, l’autonomia statutaria, il riconoscimento per la Sardegna del principio di insularità che dovrebbe tutelare ancora di più la Sardegna, al di là di questi nobili saldi principi-  se  ci caliamo nella realtà  territoriale constatiamo  una sanità che non garantisce i diritti dei cittadini.

Disagi, medici di medicina generale che non rispondono perché oberati dai tanti pazienti in carico, dalla burocrazia asfissiante ove almeno il 40 % del tempo i nostri sanitari lo devono dedicare a compilare moduli e formulari. Afflussi di pazienti che non si riesce a gestire, ricoveri nei corridoi degli ospedali, mancanza di posti letto, carenza di personale specializzato o di infermieri, mancano geriatri, diabetologi, fisiatri, mancano i medici di base e pediatri convenzionati. Inoltre si registra una insufficiente tutela degli anziani e noi in Sardegna abbiano tanti anziani e una carenza di servizi di geriatria.

Tanti i Comuni privi di medici. E laddove si fanno i concorsi questi vanno deserti o si rivelano poco appetibili in quanto molti medici preferiscono altre proposte economicamente più convenienti. Evidente che in una situazione del genere i livelli essenziali di assistenza (LEA) non sono garantiti.

Sullo sfondo vi sono errori di valutazione, scelte sbagliate, correlati al graduale smantellamento della sanità pubblica, infelici pianificazioni di politiche nazionali indotte dall’adozione di modelli economico-sociali derivanti dal diritto comunitario volti a far prevalere il principio del libero mercato anche nel servizi essenziali alla persona.

Eppure, pur a margine delle infelici politiche del passato e di cui oggi stiamo raccogliendo gli amari frutti, non tutto funziona in modo negativo. Per esempio in alcune asl sarde è attivo il percorso di tutela del paziente, ove se l’erogazione in regime istituzionale non consente di usufruire della visita o dell’esame strumentale o diagnostico richiesto, entro i tempi di garanzia, allora l’asl o copre i costi della prestazione in regime di intramoenia, oppure rimborsa le spese sostenute nelle strutture private.

Si tratta di piccole fiammele di speranza a  fronte dei problemi enormi da risolvere.  Se ci sono dei segnali significa che qualcosa si può fare, si può migliorare e fare bene.

Paradossale che la Sardegna vanti in proporzione un numero di medici maggiore rispetto al numero degli abitanti.  Ma se poi si guarda agli ambiti specifici, si registra carenza di specialisti ,come di chirurghi o anestesisti o carenza di infermieri. Altro problema è il compenso troppo basso, ed è naturale che se i medici sono mal pagati, a fronte  peraltro delle enormi ed esagerate responsabilità cui vanno incontro ( per esempio di responsabilità penale)  preferiscono ricercare altre opportunità, anche fuori della Sardegna se non all’estero.

Sono contraddizioni nelle contraddizioni, per cui  sul piano della programmazione occorre avere la capacità di valorizzare il meglio che abbiamo. E questo lo si può fare implementando le risorse e pagando meglio il personale sanitario così da neutralizzare la fuga o la ricerca di altre opportunità.

Altra concausa: esiste un problema di organizzazione e di destinazione di risorse. Di organizzazione perché il personale evidentemente va distribuito, spalmato e organizzato in modo diverso tra le varie strutture. Ma anche di risorse , perché per gestire il personale medico e sanitario  esistente, e assumerne di nuovo , occorre poterlo retribuire in modo adeguato, e per questo  serve l’apporto del governo nazionale. Non tutto può fare la Regione Sardegna pur dotata di autonomia speciale. Le risorse sul personale ( si pensi solo alla contrattazione collettiva e alle retribuzioni del CCNL) per nuove assunzioni devono essere garantite a livello nazionale.

Dirimente pure diviene l’intervento sulla medicina territoriale che deve essere riqualificata e valorizzata. Ma anche in questo caso  ritorniamo al problema delle risorse.

Se l’obiettivo sul piano nazionale, per esempio, è di realizzare migliaia di comunità, serve garantire l’assunzione di personale adeguato, medici e infermieri, adeguatamente retribuito, altrimenti non ha senso disegnare sulla carta le comunità per poi non aprirle per impossibilità a curarne de facto la gestione  per insufficienza di personale. E qui si ritorna alle infelici scelte assunte in sede  di Unione Europea,  a come sono (state)  assegnate  (talvolta male) le risorse comunitarie del pnrr che potevano assumere una maggiore e migliore declinazione  ( stante l’emergenza dello condizione sanitaria l’8% circa del totale è decisamente poco), per potenziare l’apparato sanitario pubblico anche sul fronte delle risorse da assegnare  al personale.

Da parte del governo regionale attuale si registrano affermazioni che non colgono nel segno, e in alcuni caso appaiono francamente alquanto frettolose laddove si afferma, per esempio, che il problema sanitario in Sardegna sarebbe legato alla “governance” o “ai dipartimenti sanitari che non rispondono”.

Ammesso per un attimo che la premessa sia vera, come si spiega allora che il tema sanitario coinvolge l’intero territorio nazionale; se è vero che in altre regioni italiane la sanità funziona meglio che da noi, resta per tutti il problema delle liste di attesa o delle code al pronto soccorso. Anche altre regioni hanno, chi più chi meno, lo stesso problema. Pertanto appare superficiale ridurre tutto “alla gestione”. E d’altronde se fosse solo un problema di gestione di questo o quel dirigente, non ci sarebbe bisogno di intervenire con una nuova legge. Sarebbe sufficiente intervenire per sostituire il dirigente che non raggiunge i risultati  onde risolvere il problema della governance con un dirigente più efficiente o efficace. Ne deriva che la premessa a monte da cui parte l’affermazione non sta in piedi. Pur sostituendo il dirigente, il problema sussiste. Ciò significa che la causa non è tanto “la governance” quanto la necessità di organizzare la sanità in modo differente con implementazione di risorse e la giusta destinazione delle finanze da mettere dentro per il ripristino di una sanità che funzioni.

E’ da condividere piuttosto la doglianza manifestata dagli Ordini dei medici del territorio della Sardegna i quali hanno ribadito la necessità non di nuove sovrastrutture che accentuano la burocrazia alla burocrazia e che rallentano l’attività delle aziende sanitarie,  ma la necessità di misure che garantiscano continuità e operatività, quindi correttamente affermano “…Troppe volte la sanità sarda ha visto riforme che, più che risolvere i problemi, li hanno aggravati con disorganizzazione e paralisi gestionale”. (dal quotidiano La Nuova del 28.02.2025).

Bisogna prendere atto che i problemi sono complessi e governare (soprattutto nel nostro paese  malato di burocrazia) non è semplice. Serve la collaborazione di tutte le istituzioni, la Giunta regionale lo sta constatando con ritardo, laddove quelle tante critiche che in passato gli attuali Amministratori rivolgevano al precedente governo richiamano i medesimi problemi irrisolti. Ora però, nonostante diversi atti di indirizzo o azioni avviati in passato fossero apprezzabili, (azioni sul fronte assunzioni, contrattualizzazioni, stabilizzazioni, la necessità in assenza di alternative di medici gettonisti, l’ipotesi di una para subordinazione dei medici di medicina generale, azioni sulla  razionalizzazione delle strutture ospedaliere, far fronte al problema serio del ricambio generazionale),  tutto si sta riducendo ad una riforma addirittura elevata a legge il cui contenuto è solo volto infelicemente a potenziare la macchina della burocrazia e a cambiare questo o quel dirigente. Se questo è il percorso, sarà altamente verosimile per il futuro della Sardegna il peggioramento dello stato della sanità.

Tuttavia c’è ancora tempo per rimediare e mettere meglio a fuoco.

Il 3 marzo prossimo alle h. 17.00, presso la sala Angioy della Provincia, sarà l’occasione per un confronto, per illustrare criticità e proposte, e fornire un contributo prezioso a tutela del nostro territorio.

Sassari, 28 febbraio 2025

Identità e Costituzione ets

(avv) Gianfranco Meazza